sabato 12 giugno 2010

Storia di Alice

Buon pomeriggio ragazze!!!
Avevo detto che avrei postato Storia di Alice lunedì,ma poichè non so se ne avrò il tempo preferisco postarla in anticipo che non postarla del niente. Un abbraccio fortissimo a Sara che ha scritto questa storia meravigliosa!
Buona lettura!


Non so nemmeno quando ho preso questa decisione, ma dopo aver scoperto da dove venivo, la curiosità di sapere chi ero e chi erano i miei familiari, divenne un'esigenza intrascurabile.

Non ricordavo nulla o quasi di quella che era stata la mia breve vita umana e dopo sei mesi da quella scoperta decisi che era arrivato il momento di prendere informazioni sulla mia famiglia.
Ne parlai prima con Jasper, poi con Carlisle ed Esme....,avrei voluto anche il parere di mio fratello, ma lui non c'era, era lontano, a cercare di colmare l'immenso dolore per aver lasciato Bella.
Tutti appoggiavano la mia decisione di cercare le mie radici, quello su cui dissentivano era che io lo facessi da sola: ma io non volevo nessuno fra i piedi, nemmeno l'uomo che amavo, volevo essere libera di muovermi come desideravo, senza dover rendere conto a nessuno.
Dopo diverse resistenze Jasper aveva ceduto alla mia volontà ed io ero partita alla volta della mia città natale.
Ci arrivai in un giorno di pioggia, fortunatamente, la mattina presto e mi sentivo stranamente eccitata: non mi era chiaro da dove sarebbe partita la mia ricerca, ma d'altronde non avevo molta scelta.
Dovevo partire dal luogo in cui la mia vita da umana si era interrotta e quindi mi diressi verso quello che era stato il manicomio dove mi avevano rinchiusa: negli anni naturalmente da manicomio, la struttura era divenuta un semplice ospedale psichiatrico, il che stava a significare la stessa identica cosa.
Completamente ristrutturato, l'ospedale era situato nella periferia ad est della città, immerso nel verde di giardini meravigliosi: se non fosse stato per il cartello d'entrata chiunque avrebbe potuto pensare che fosse anche un college d'élite.
Quando arrivai all'entrata una strana inquietudine si impadronì di me: come avrei agito?, cosa avrei chiesto?, chi potevo dire di essere?, e poi ancora, la documentazione di tanti anni prima sarebbe esistita ancora? Tante domande, non una sola misera risposta.
Presi coraggio ed entrai, percorsi l'intero viale d'entrata e poi oltre la porta...l'ufficio informazioni era di fronte a me, luminoso e tremendamente vuoto, delle enormi finestre che davano su uno splendido giardino attirarono la mia attenzione.
“Buongiorno!”, mi disse una vocina gentile che proveniva da dietro un paravento, “In cosa posso esserle utile?”, apparve una vecchia signora, ormai prossima alla pensione, con gli occhiali che le scendevano sul naso.
Ero impietrita, non sapevo che fare né che dire, ma nell'unico momento di lucidità che mi sembrò di poter avere risposi:”Buongiorno anche a lei! Mi chiamo Alice Cullen e sono venuta per avere alcune informazioni su una mia vecchia parente.”.
La vecchia signora mi guardava con curiosità, era molto probabile che non si fosse mai presentato nessuno a chiedere informazioni su vecchi parenti pazzi e quindi dovevo a tutti i costi trovare una motivazione plausibile alla mia richiesta.
“Ah!”, disse sorpresa, come sospettavo, “E mi dica signorina, quanti anni fa la sua parente era stata ricoverata qui da noi?”.
“Beh, veramente, un bel po' direi! Vede sto cercando di ricostruire la genealogia della mia famiglia, per un corso che sto facendo all'università e molto materiale che ho raccolto parla di questa giovane ragazza finita al manicomio. Dovevano essere più o meno la metà degli anni Venti!”, la guardai con uno sguardo implorante, come se quei documenti fossero la soluzione a chissà quale dei miei problemi.
La signora si tolse gli occhiali dal naso e li lasciò penzolare sul seno, il suo sguardo mi diceva che non se l'era bevuta più di tanto e che non era molto decisa a darmi una mano. Cercai di trovare le parole giuste per ottenere ciò che volevo: “Vede questo lavoro che sto portando avanti è molto importante signora. Era iniziato tutto per gioco seguendo questo corso all'università e mi stavo facendo aiutare da mio padre, ma lui è scomparso recentemente e allora ho deciso di finirlo per lui, per non deluderlo. Mi capisce vero? Lui mi parlava spesso di questa ragazza, ma non era mai riuscito a venire a capo di nulla, allora ho deciso di farlo io, per onorare la sua memoria ed esaudire uno dei suoi ultimi desideri.”, attesi in silenzio che la vecchia signora elaborasse il mio discorso.
“Capisco signorina!”, mi disse dolcemente,”Ma la avverto, non sarà facile trovare ciò che cerca. Tutta la documentazione relativa ai primi anni del secolo scorso è stata chiusa in una stanza senza alcun ordine, ma se ha tempo e pazienza è probabile che qualcosa riesca a reperire.” E poi aggiuse:”Venga con me!”.
La seguii di buon grado attraverso un lungo corridoio dipinto a tinte tenui, la cosa che mi stupiva di più era che non sembrava assolutamente essere un ospedale, niente di bianco, nulla che odorasse di alcool o disinfettanti, le uniche persone che incontrai e che la signora chiamò “dottori”, non portavano il camice.
“E' una struttura concepita in maniera moderna. Le persone che vivono qui, devono sentirsi il più possibile come se fossero a casa loro. E' per questo che non ci sono medici in camice o luoghi che sembrino ospedalieri.”; rispose la signora alla mia domanda sul perchè quella situazione.
Entrammo in una stanza piena di scaffali e quando la signora se ne uscì dicendo:”Buon lavoro signorina!”, e richiudendosi la porta alle spalle, tirai un sospiro di sollievo. Ce l'avevo fatta, avrei solo dovuto trovare la scatola giusta in mezzo a quelle duecento che c'erano ben impilate sugli scaffali. Nessun nome, nessuna data, nessun indizio che potesse almeno indicarmi da dove partire: poco male.
Mi dissi:”Alice, calma! Da qualche parte devi pur iniziare!”. Quindi aprii la prima scatola, poi la seconda, la terza e via via le altre. Alla scatola numero settantuno un brivido mi percorse. Erano trascorse circa due ore da quando avevo iniziato a rovistare dentro quelle scatole ed ora finalmente eccola: la cartella che stavo cercando stava proprio lì fra altre cento!
La sfilai con delicatezza dal box di cartone, una cartella scarna, pochi documenti, il mio nome e la data di entrata sul frontespizio: MARY ALICE BRANDON – 14 settembre 1925.
Non sapevo che fare, aprire o non aprire quel fascicolo, ma dopotutto non ero venuta per questo? Ci pensai un momento, presi la cartella, la infilai in borsa, richiusi la scatola e la rimisi al suo posto. Nessuno di sarebbe mai accorto della mancanza di quel fascicolo e comunque anche se qualcuno lo avesse fatto che differenza avrebbe fatto? Mi guardai ancora una volta intorno per sincerarmi di aver lasciato tutto come quando ero entrata, mi avviai verso la porta e uscii.
La vecchia signora quando mi vide arrivare mi chiese:”Ha già trovato ciò che cercava? E' stata fortunata e veloce direi.”
“Già!”, le risposi,”Ciò che cercavo era nella terza scatola che ho aperto! Ho preso alcuni appunti che mi saranno utili e ho rimesso tutto in ordine!”.
“Menomale, con tutta quella confusione temevo che non riuscisse a venire a capo di nulla.”, mi sorrise e mi salutò con gentileza.
“Arrivederci e grazie, grazie mille signora. Mi ha aiutato davvero molto.”, le dissi uscendo dalla porta e mentre mi avviavo verso l'auto con il mio segreto nella borsa, la stessa inquitudine che avevo sentito quando ero arrivata venne di nuovo a farmi visita.
Accelerai il passo cercando di non dare nell'occhio e più in fretta cercavo di allontanarmi da quel posto, più mi sentivo pesante: raggiunsi l'auto, una strana sensazione come di totale assenza d'aria mi toglieva le forze. Non riuscivo a capacitarmi di cosa fosse, l'aria di fatto non mi serviva, ma in quel momento era come se stessi annaspando.
Avviai il motore e me ne andai più in fretta che potevo; volevo raggiungere il centro cittadino, dovevo trovare la bibliteca pubblica! Quando la trovai, mi ci infilai senza perdere tempo: mi sedetti sul tavolo più defilato che trovai e che avesse a disposizione un terminale on-line che mi permettesse di rovistare tra le vecchie copie dei giornali.
Dopo essermi seduta, aprii la borsa e sfilai la cartella che avevo sottratto all'ospedale: sapeva di vecchio e di muffa, ma era tutto quello che avevo di me stessa. La posai sul tavolo davanti a me e l'accarezzai piano su e giù per un po' come se stessi strofinando la lampada di Aladino e fossi in attesa che il genio ne uscisse fuori.
Non avevo il coraggio di aprirla, poi finalmente lo feci!
C'erano tre o quattro fogli, nulla di più: il modulo d'ammissione compilato in maniera ordinata e firmato, molto probabilmente da mio pafre stava lì davanti a me. Lo lessi, trovai l'indirizzo di casa e lo memorizzai all'istante con la ferma intenzione di andare a vedere cosa esistesse ancora di quella casa, non appena fossi uscita di lì. Lessi ogni singola parola di quel modulo con una lentezza quasi esasperata: non sapevo nemmeno io il perché, era come se attraverso quei fogli volessi poter carpire il vero motivo per cui i miei genitori mi avevano condannata a quella vita.
Poi il mio sguardo e la mia mano si fermarono a metà della pagina, alla voce ciclostilata “DIAGNOSI”, corrispondevano due parole scritte a penna: SHIZOFRENIA PARANOIDE.
Eccola la motivazione che cercavo. Era davvero così? Non ricordavo nulla della mia vita precedente a parte quell'unico flashback che tornava saltuariamente a tormentarmi.
La data di entrata stava sulla stessa riga di quella della mia morte: una settimana dunque, ero rimasta rinchiusa in quel posto una sola settimana, il tempo sufficiente perchè i medici dell'epoca mi riempissero di farmaci. Almeno così recitava il fascicolo.
Vi trovai anche una richiesta di autorizzazione per un trattamento all'elettroshok, ma evidentemente non fecero in tempo.
Sul retro di quella richiesta un'unica nota sul mio stato di salute dopo l'internamento: “La paziente si trova in uno stato di profonda prostrazione psicologica. Non assume cibo né acqua volontariamente. Alimentazione forzata. Somministrazione normale profilassi sedativa. Presenta profonda ferita alla parte sinistra della fronte. Effettuata sutura e disinfezione”.
Dunque versavo in un grave stato confusionale e fortemente depressa: era chiaro che l'unica soluzione che avevano era quella di sedarmi. E poi c'era quella profonda ferita alla testa che mi riportava a quel breve ricordo umano che mi trascinavo dietro come una palla al piede.
Sinceramente non sapevo cosa pensare, quelle poche informazioni non mi erano granchè d'aiuto. Ma in fondo cosa mi aspettavo di trovare dentro alla cartella di un manicomio? Sicuramente non la storia della mia vita.
Ricordavo che Carlisle, una volta, mi aveva detto di aver notato il segno di un qualcosa di simile a una cicatrice appena sopra l'attaccatura dei capelli: forse era la stessa di cui parlava quel foglio.
Richiusi i fogli dentro il fascicolo e con il mouse cercai tra le varie sezioni della biblioteca fino ad arrivare all'archivio dei giornali dell'epoca. Evidentemente però la mia famiglia era poco più che borghese: trovai gli annunci del fidanzamento dei miei genitori e di una che probabilmente avrebbe potuto essere mia sorella. Trovai anche la mia data di nascita e quella di morte.
Non cercai altro, presi le mie cose e le riposi nella borsa. Uscii e decisi di lascare l'auto dove l'avevo parcheggiata, mi diressi verso il vecchio cimitero della città. Che avrei trovato non lo sapevo anche perchè dopo poco meno di un secolo probabilmente avevano sicuramente provveduto a fare spazio.
Quando arrivai davanti all'entrata, l'istinto era quello di girare i tacchi e andare via da quel posto infausto: mi feci forza ed entrai senza pensare a nulla. All'uomo che stava nella stanza appena all'interno del cancello chiesi di poter consultare i registri d'archivio.
“Di che anno signorina?”, mi chiese senza nemmeno alzare il naso da ciò che stava facendo.
“1925, 1930, per favore.”, gli risposi.
Mentre inforcava gli occhiali sorpreso da quella mia richiesta, mi guardò e chiese ancora:” Qual è il cognome?”.
“Brandon.”, risposi.
“Grazie. Torno subito.”, disse mentre spariva dietro una porta.
Rimasi in attesa per un po', poi l'uomo basso e grigio tornò con due grossi registri. “Vuole entrare?”, mi chiese.
“La ringrazio, ma preferisco rimanere qui!”, dissi.
“Come vuole.”, rispose seccamente e mi porse i registri.
Scorsi velocemente il primo registro e vi trovai il mio nome, la data di nascita e di morte corrispondevano a quelle sulla cartella che avevo nella borsa. E comunque quante Mary Alice Brandon potevano essere esistite in quella città negli anni Venti del secolo scorso?
Annotai sul taccuino il numero della tomba: 327.
Poi quasi con una curiosità morbosa decisi di controllare anche l'altro registro.
A distanza di circa tre anni dalla mia morte trovai un altro defunto che portava il mio cognome, un giovane sui venticinque anni. Annotai anche quel numenro, richiusi il registro e li riconsegnai entrambi all'uomo basso e grigio dell'ufficio che mi salutò.
Poi mi incamminai lentamente per i viali alberati e silenziosi, non incontrai quasi nessuno; e poi eccola, la parte vecchia del cimitero, in una parete tante minuscole lapidi numerate, ciascuna con il nome ed il cognome del defunto – 324, 325, 326, 327: Mary Alice Brandon - Figlia e Sorella adorata, recitava la mia.
Osservai a lungo quel piccolo rettangolo grigio, unico segno tangibile che mi diceva che ero esistita davvero nel mondo dei vivi. Ma dentro quell'angusto foro ricavato nel muro freddo, che cosa poteva esserci se non il nulla? Niente: ecco cosa c'era, niente, io ero niente.
Chi o che cosa avevano seppellito i miei genitori? Probabilmente non l'avrei saputo mai. Quando decisi di andarmene mi venne in mente di andare a visitare la tomba di quel ragazzo che portava il mio cognome: quel numero mi condusse ad una piccola cappella, all'entrata una targa indicava chi ne fossero i proprietari e a chi fosse dedicata. Non ci feci poi tanto caso ed entrai: l'aspetto vecchio e non curato mi fece subito capire che da molto tempo nessuno faceva più visita a queste persone. Erano cinque: tre uomini e due donne. Erano i miei genitori, mia sorella ed il marito e....quel ragazzo, probabilmente mio fratello o comunque un parente visto che portava il mio stesso cognome.
Cercavo, mi sforzavo di ricordare qualcosa, un particolare, un momento, un evento, ma niente, era tutto tremendamente vano.
Rimasi in quel cimitero per circa un'ora, poi decisi che ne avevo avuto abbastanza: me ne andai lasciandomi alle spalle l'enorme cancello nero in ferro battuto. Appena fuori, ebbi la sensazione di poter cominciare a respirare di nuovo. Raggiunsi la mia auto, sapevo bene dove volevo andare, ma prima di tutto dovevo riflettere: volevo veramente andare oltre? Sapere, scoprire chi ero, chi erano i miei familiari?, perché mi avevano fatta internare?. Dovevo riflettere, non volevo che l'istinto mi portasse a compiere il peggiore errore di tutta la mia esistenza.
Aprii la portiera e salii con calma, richiudendola, aprii la borsa, ne estrassi ancora una volta la mia cartella, la lisciai e la riposi, inserii il vecchio indirizzo che vi avevo trovato all'interno nel navigatore e lasciai che fosse l'auto a portarmi fin lì.
Appena spento il motore, il ricordo straziante di quell'unico momento umano che costudivo nella mia mente tornò a tormentarmi: forse era per quello, quell'unico ricordo, che non avevo resistito dal venire in questa città in cerca di notizie su me stessa.
Almeno ci fosse stato mio fratello con me, era sempre stato l'unico a capire quanto fosse veramente importante sapere da dove venivo.
Con Jasper, Edward era colui che amavo più di chiunque altro membro della mia famiglia. Quando l'avevo incontrato la prima volta, era stato come se l'avessi conosciuto da sempre ed era come se il nostro legame fraterno fosse sempre stato qualcosa di più di un attaccamento fondato su di un'amicizia. Io consideravo Edward mio fratello a tutti gli effetti, insomma lo sentivo parte di me, come se fossimo stati sangue dello stesso sangue e da quando ci aveva lasciati, incapace di superare la lacerazione ed il dolore, la mia vita in alcuni momenti era estremamente vuota.
Già , mio fratello mi mancava da morire e anche la mia migliore amica mi mancava da morire. Mi ero chiesta milioni di volte come stava, ma purtroppo l'avevo promesso, non potevo andare contro la sua volontà: pensare a lei era vietato ed io avrei rispettato la promessa che gli avevo fatto.
Mentre i miei pensieri fluttuavano in questo marasma, ero riuscita ad arrivare nel luogo in cui un tempo avevo vissuto: era un quartiere periferico della città, immerso nel verde, dove vecchie case in stile vittoriano si susseguivano una dopo l'altra alternate solamente da qualche costruzione moderna ed in netto contrasto con tutto il resto.
Mi fermai al 471, di Lincoln Street, la casa dove avevo vissuto sembrava esistere ancora, anche se dell'antico splendore, se c'era stato, era rimasto ben poco: i proprietari attuali la stavano ristrutturando, oppure si apprestavano a buttarla giù completamente per realizzare un'altra costruzione di ultima generazione.
Parcheggiai l'auto un paio di isolati più avanti, non potevo certo permettermi di dare nell'occhio o peggio ancora che qualcuno si insospettisse e venisse a fare domande. Ormai era il crepuscolo, scesi dall'auto, la richiusi con cura e mi avviai verso quella casa. Ci arrivai dopo aver camminato per una mezz'ora, era buio e quella casa bianca piena di impalcature spiccava su tutte le altre: gli operai che ci stavano lavorando se n'erano andati.
Cosa speravo di trovare? Dopotutto se ci stavano lavorando era probabile che avessero buttato tuttoil contenuto nella spazzatura e poi erano passati più di ottant'anni: quante possibilità avevo di trovare ciò che stavo cercando?
Passai dal retro, del giardino del mio ricordo non era rimasto nulla, solo una grande quantità di calcinacci che prima o poi sarebbero spariti. Entrai dalla cantina: era diventata il deposito di materiali edili e di attrezzature di varia natura. Salii la scala che portava al piano terra, non c'era più nulla, solo alcune pareti portanti completamente nude, fredde, salii ancora, stessa storia al piano di sopra. Passai in rassegna le stanze, una per una, vuote, tutte tremendamente vuote. Pensavo che avrei voluto andarmente via di corsa senza guardarmi indietro, ma nel medesimo istante in cui quel pensiero mi balenava in testa, notai che in fondo al corridoio c'era una botola: ecco, forse quella era la soluzione che stavo cercando.
Spiccai un salto e con una mano afferrai il gancio e tirai con forza. La botola si aprì facendo un gran rumore; dovevo stare attenta a non attirare l'attenzione di nessuno e quello non era certo il modo giusto per iniziare.
Non sapevo se in quella soffitta avrei trovato qualcosa oppure no, ma se fossi stata fortunata, non avevo idea di quanto tempo mi sarebbe occorso per cercare.
Poi un momento, sentii delle voci, forse un paio entrare al piano di sotto: “Hai sentito anche tu?”, disse uno dei due. “Sì, ma cosa può essere stato? Avevo chiuso tutto come si deve!”, disse l'altro.
“Mah, magari un gatto oppure qualche cane randagio.”.
“Probabile. Qui non c'è nessuno. E' meglio andare. Se succede di nuovo avvertiamo la polizia.”.
Li sentii uscire, con un balzo salii in soffitta e silenziosamentre questa volta, riciusi la botola. Quando mi voltai fu un'apparizione: c'erano un sacco di vecchi oggetti ben ordinati in un angolo, un viaggio attraverso gli ultimi cinquant'anni del ventesimo secolo. Da buona intenditrice ne avrei portati con me almeno un paio, ma non ero lì per quello. Tra tutti quegli oggetti trovai anche due enormi bauli. Aprii il primo, conteneva un sacco di vecchi abiti, alcuni erano veramente molto carini, li guardai tutti: sul fondo del baule trovai anche un meraviglioso abito da sposa, i pizzi e il tessuto avevano perfettamente conservato il loro antico splendore. Decisi che quell'abito l'avrei portato con me: l'etichetta recitava il nome di un vecchissimo stilista non molto conosciuto, ma che ci sapeva fare. Ero sorpresa però, sapevo che quel marchio esisteva da tanti anni, ma non pensavo da così tanti. Bene, non sapevo ancora a cosa, ma ero certa che quell'abito mi sarebbe tornato utile, prima o poi. Mi chiesi chi l'aveva indossato, forse mia sorella o sua figlia. Mah....
Rimisi gli abiti dove li avevo trovati, tutti tranne l'abito da sposa. Mi avvicinai al secondo baule, sul coperchio c'era un'iscrizione che mi colse di sorpresa: quel baule portava il mio nome sulla targhetta che penzolava e l'iscrizione fatta a mano diceva:”La mia amata Mary Alice”.
Un brivido mi attraversò dalla testa ai piedi, non potevo crederci, forse la Alice di quel baule ero proprio io.
Per scoprirlo avevo una sola possibilità: girai la vecchia chiave e la serratura si aprì. Lentamente, molto lentamente sollevai il coperchio, sembrava stessi per scoperchiare il vaso di Pandora e che da quel baule dovessero uscire chissà quali fantasmi del passato. Era invece molto probabile che rimanessi completamente delusa, ma preferivo la delusione al non provare a scoprire qualcosa di me.
La prima cosa che incontrai fu una vecchia bambola di porcellana, al collo portava una catenina d'oro con un ciondolo di quelli che si potevano aprire, all'interno c'era una minuscola foto. Con stupore scoprii che in quella foto c'ero io insieme ad una donna che con tutta probabilità doveva essere stata mia madre. Nessuna iscrizione, solo quella foto.
Poggiai la bambola sul pavimento facendo attenzione a non sgualcirle il vestito e tornai ad affondare dentro al baule: vi trovai degli altri abiti, ma questa volta erano abiti da bambina, un plico enorme di disegni e tre vecchi quaderni scritti fitti, fitti, ma con un ordine quasi maniacale.
Gli abiti, pensai a quel punto, fossero stati miei, poi proseguii con i disegni: erano per lo più schizzi, accenni di vita familiare e poi strane forme che non capivo, bicchieri in frantutmi e fiorni sparpagliati sul pavimento.
Ma ce n'era uno in particolare che aveva attirato subito la mia attenzione: sembrava la banchina di un porto, alcune persone scarcavano delle merci dalle navi, ma sembrava che da uno dei ganci, si fosse staccata una grossa cassa.
Conoscevo bene quel modo di disegnare, quei tratti poco marcati, ma allo stesso tempo decisi. Le ombreggiature di chiaroscuro erano esattamente come....le facevo io.
Quei disegni erano miei! Li girai per vedere se sul retro ci fosse qulcos'altro: con mia grande sorpresa scoprii che ciascun disegno era datato due volte e portava anche una breve didascalia. La grafia però non era la mia.
Ero esterrefatta: avevo visioni anche da umana?, perché qualcuno si era preoccupato di raccogliere ogni mio disegno e datarlo?, e poi chi l'aveva fatto?.
Dedussi che la prima data era il giorno in cui avevo realizzato il disegno, mentre l'altra indicava il momento in cui il fatto si era verificato.
Ma c'era quel disegno del porto: la prima data indicava il 13 settembre 1925, la seconda il 15 ottobre 1928. C'era un solo nome sbiadito sul retro del disegno: Oliver. Chi era Oliver?
Il 14 settembre 1925, venivo rinchiusa in manicomio. Che cosa collegava quel disegno al miol internamento?
Un lampo nella mia mente: quel nome l'avevo visto al cimitero, dentro alla cappella. La data di morte era la stessa del disegno: chi era quel ragazzo? Ne avevo forse previsto la morte a causa di quella cassa?
Non potevo saperlo perchè nel disegno in prossimità di quella cassa non vi era nulla, se non dei segni che sembravano sbavature di matita dovute molto probabilmente al tempo. Buttai i disegni in un angolo.
Presi in mano i tre vecchi quaderni, erano numerati e datati, aprii il primo, andava dal 1902 al 1910.
Scorrendo le pagine scoprii che quelli erano i diari di mia madre. Cominciai a leggere velocemente dalle prime pagine, una dopo l'altra; a dire il vero non prestavo troppa attenzione alle parole, ma se dovevo capire, dovevo anche fermarmi ed andare con calma.
A metà del primo quaderno mia madre raccontò del suo matrimonio: era felice.
Da quanto mi era permesso di capire, deducevo dal suo racconto che la nostra famiglia apparteneva alla media borghesia: mio padre doveva essere stato il responsabile della contabilità di una non ben precisata azienda che forniva semi-lavorati all'industria marittima, mamma invece portava le redini della famiglia e da quanto evincevo dai suoi scritti doveva essere stata una donna dolcissima.
Voltai pagina:”25 maggio 1903: Oggi è il giorno più bello della mia vita. Questa mattina poco dopo l'alba August ed io siamo diventati genitori per la prima volta. Il mio Oliver è un maschietto sano e forte, ha occhi e capelli scuri...Il parto è stato faticosa, ma veloce.....”.
Il quaderno mi cadde dalle mani: rimasi a fissare il muro per un istante infinito, dunque Oliver era mio fratello. Non solo avevo una sorella quindi, avevo anche un fratello.
Sul momento non feci alcuna riflessione, ripresi il quaderno e continuai a sfogliarne le pagine. Descriveva mia madre, tutto, anche nei minimi particolari: i fogli che seguivano descrivevano i primi anni di vita di mio fratello: “....Oliver è un bambino sveglio e molto affettuoso. E' l'orgoglio di August. Spero che il bambino che porto in grembo sia una femminuccia, così anch'io avrò la soddisfazione di insegnare a mia figlia ad essere una donna......
6 giugno 1906: Cynthia è nata.”
Scrisse solo quella frase sulla nascita di mia sorella, ma non mancò di descriverne con dovizia di particolari, la crescita ed i progressi che faceva.
“30 novembre 1908: aspetto il nostro terzo figlio. August non sta più nella pelle dalla felicità, vorrebbe un'altra femmina e so perché. Cynthia è molto legata a lui nonostante sia molto piccola e mio marito è convinto che io ne soffra. Ma non è così: August è un padre meraviglioso per i nostri figli, non avrei potuto desiderare di meglio nella vita. Ma io ho tanta paura, non sono sicura di volerlo questo terzo figlio. Signore perdona le mie parole, ma avere una famiglia mi ha cambiato completamente la vita ed ora anche un terzo figlio. Ma August non mi ha permesso di dire la mia!....”
Quindi mia madre non voleva un terzo figlio, ma come si conveniva in quegli anni era l'uomo a decidere: mia madre non parlava mai nei suoi diari, del rapporto con mio padre: chissà qual era il motivo. Continuavo a sfogliare le pagine, leggevo attentamente solo quelle che mi sembravano più interessanti, poi ad un tratto mi imbattei su di una pagina tutta rovinata: sembrava che dopo averla scritta, mia madre ci avesse a lungo pianto sopra. Cercando di decifrare cosa avesse scritto, capii.
“14 aprile 1909: ....spero tanto che il mio bimbo si salvi....che sciocca sono stata. Pensavo che August amasse solo me e invece ama solo se stesso...”.
In quelle parole tanto dolore, ma non capivo se mio padre l'aveva picchiata o se avesse avuto altre donne. Mi bastò voltare pagina: “Sta notte August non è tornato a casa, sapevo che avrebbe dovuto lavorare a lungo, questo è un periodo molto faticosa e comunque l'aveva già fatto altre volte. Ora mi è chiaro il perché. Stamane l'ho raggiunto nel suo ufficio per portargli la colazione. Ho salito le scale felice di rivederlo, ho bussato e aperto, il cesto è caduto a terra spargendo sul pavimento tutto il suo contenuto. Sono corsa via, ma ho inciampato e sono caduta giù.....e ora non so nemmeno se il mio bambino vivrà.....”
Quindi mio padre l'aveva tradita e chissà da quanto tempo lo faceva, ma era chiaro che mia madre avrebbe dovuto accettare e tacere, soprattutto per il bene dei figli. Non trovai più nessun accenno ai loro rapporti nei diari se non quelli relativi alla nostra educazione.
Nelle pagine successive, scritte così fitte, che quasi non si potevano leggere, solo descrizioni dell'andamento della gravidanza che lasciavano trapelare una grande e profondo senso di colpa.
“.....Oliver è molto felice del bimbo in arrivo, anche lui vorrebbe un'altra sorellina. Con Cynthia non va molto d'accordo, anche se le vuole bene. Dice sempre che lei va d'accordo solo con papà, che è la sua preferita. Ed in effetti ha perfettamente ragione: d'altronde per quanto sia piccola è una signorina fatta e finita...... Lei non fa troppo caso alla cosa, per questo è veramente troppo piccola ed è molto probabile che quando questo bambino sarà nato lei lo consideri solo un giocattolo, una bambola. Dovrò prestare particolare attenzione a questo aspetto....”.
Non sapevo se mia madre avesse o meno studiato, ma mi sembrava essere molto attenta a tutta una serie di problematiche che in quegli anni venivano il più delle volte trascurate o non prese per niente in considerazione. Sembrava plausibile l'ipotesi che avesse avuto a che fare con molti altri bambini, oltre i suoi figli.
“18 luglio 1909: Mary Alice è nata. E' una bimba meravigliosa. Assomiglia a suo fratello, anche lei ha occhi e capelli neri. Ha uno sguardo così sveglio che è riuscita a stupirmi, nonostante abbia poche ore di vita. Oliver ed August sono sull stelle. Anche Cynthia è felice, ma come sospettavo lei la vede più come un giocattolo. Appena l'ha vista, voleva portarla con se nella sua stanza per cambiarle il vestitino.....”.
Dunque ero nata d'estate, ma che bambina ero?, quando si erano accorti del mio strano dono?.
Quel giorno nella mia testa c'erano milioni di domande alle quali non potevo dare una risposta e mi resi conto che lo avrei comunque fatto solo in parte. Molte di esse sarebbero rimaste senza alcuna risposta.
“...18 luglio 1910: oggi Mary Alice compie un'anno. E' già passato un anno, non riesco a crederci. La mia bambina cresce sana e forte e mi da tante soddisfazioni. Ama scarabocchiare ovunque, anche se negli ultimi giorni ho notato che gli scarabocchi piano piano stanno diventando oggetti ben definiti. A volte il suo essere così precoce mi spaventa e non poco, ma d'altro canto devo ammettere che il suo essere così solare e così curiosa di scoprire e di imparare mette in ombra questo suo strana dote. Ama stare con me in giardino, passa intere giornate ad osservarmi mentre preparo le aiule...Oliver e Cynthia non lo hanno mai fatto......”.
Quindi era chiaro che già ad un anno avevo quella strana capacità di “vedere”. Il primo diario era terminato, presi tra le mani gli altri due e mi resi conto immediatamente che sfogliandone le pagine, l'unico argomento ero io, aneddoti, progressi, parole non dette, rapporti con i miei fratelli e con mio padre. Già mio padre, da quanto avevo letto, io non piacevo molto a mio padre, ero un maschio mancato e correvo sempre dietro a mio fratello, pronta a combinare qualsiasi sorta di malanno per poi incolpare mia sorella che magari se ne stava beata sul dondolo ad accarezzare il gatto. Certo che ero proprio terribile....Risi, dopotutto questo lato del mio carattere me l'ero portato anche nella mia nuova vita: Edward me lo diceva sempre che ero un maschiaccio.
Anche se i primi anni della mia vita trascorsero tutto sommato sereni, via via che leggevo mi resi conto della forte preoccupazione che sentiva mia madre: a quattro anni e mezzo sapevo già leggere e scrivere correntemente e tutti quei disegni che facevo erano ormai fonte di strane congetture. Scriveva mia madre: “.....Mi sono resa conto che c'è una relazione tra i disegni di Mary Alice e alcuni fatti che si verificano tali e quali, alcuni giorni o settimane dopo. Ogni volta che fa un disegno, lo dato e poi rimango ad aspettare che succeda...e purtroppo succede sempre. Non ne ho parlato con August, non capirebbe, lui non ama Mary Alice come me. La mia piccola è un maschio mancato, ne sono certa ed August fatica a sopportare certi suoi atteggiamenti......” Quando mia madre scriveva queste righe avevo circa sette anni.
Continuavo a leggere e avevo scoperto che come sospettavo, mia madre la sapeva lunga su alcune cose, poiché era stata per lungo tempo un'istitutrice: con la mia nascita però era stata costretta a rinunciare al suo impiego con sommo piacere di mio padre. Tre figli diceva erano molto impegnativi.
Scoprii anche che mia madre era riuscita a convincere mio padre a non mandarmi a scuola: sarebbe stata lei a curare la mia istruzione, “...troppo vivace”, diceva, “...a scuola non otterremmo alcun risultato. La soluzione ottimale è che sia io stessa ad occuparmene!”. E scriveva ancora: “...Mary Alice è un'ottima allieva, attenta e giudiziosa, ma soprattutto precoce. Ha solo otto anni, ma è già molto più avanti di qualsiasi bambino della sua età. Mi stupisce giorno dopo giorno, ma mi allarma molto non sapere cosa mi aspetta.....”.
Continuavo a leggere bramosa di carpire nuovi elementi utili e più andavo avanti e più mi rendevo conto che per causa mia, la mamma aveva cominciato a trascurare tutto e tutti, compresi mio padre e i miei fratelli. Il senso di colpa l'affliggeva ogni giorno di più, non tanto per mio padre, che continuava a spassarsela con le sue innumerevoli amichette, quanto per i miei fratelli: ma se per Oliver, che nutriva per me un amore - a detta di mia madre quasi morboso, questa mancanza d'attenzione non sortiva nessuna ribellione in Cynthia scatenò una sorta di odio e invidia nei miei confronti.
Mio padre si spazientì di sentire tutte le lamentele di mia sorella e cominciò a tormentare mia madre perché si decidesse a spedirmi in collegio.
Lei si oppose fermamente e fu in quel periodo che mio padre scoprì la mia, per così dire, particolarità caratteriale. Un passo del dierio di mia madre diceva: “....oggi la giornata è stata un vero disastro. Non mi è ancora chiaro cosa August abbia capito, ma il disegno che teneva tra le mani e lo sguardo basito con cui lo fissava, era molto più eloquente di mille altre parole. Purtroppo il disegno della mia Alice era fin troppo chiaro e si è realizzato molto più velocemente di tutti gli altri: l'aveva fatto solo questa mattina.... Lo so è stata colpa mia, dovevo metterlo con gli altri immediatamente ed invece l'ho scordato sopra il tavolo in giardino. Che errore imperdonabile! Quando August è tornato l'ha visto subito, ma sicuramente all'inizio non deve aver avuto molto senso per lui: il ritratto di noi cinque a cena, mentre mio marito mi vibra uno schiaffo davanti ai nostri figli. E' entrato in cucina con quel foglio spiegazzato, mentre ero intenta a mettere in tavola la cena, chiededomi che significato avesse quel disegno e chi l'avesse fatto. “Oh tesoro, cosa vuoi che sia, è solo un disegno! Non significa nulla. Mettiti seduto che la cena è pronta!”, gli avevo detto, ma Cynthia mi ha colto completamente di sorpresa. “E' stata Alice a farlo! “, ha detto al padre, “Ne fa tutti i giorni. La mamma ne ha tantissimi e li nasconde dentro a un baule in soffitta!”. Sono rimasta interdetta, non avevo parole per controbattere quelle di mia figlia, una ragazza diciassettenne che, mi sono resa conto solo stamane, voleva a tutti i costi riguadagnare il suo posto ai miei occhi. Sciocca madre che sono stata.... August ha continuato a tormentarmi con le sue inutili richieste di spiegazioni, ma di fronte al mio silenzio impenetrabile è successo esattamente ciò che era rappresentato in quel foglio. Sono rimasta in silenzio, ho servito la cena, ho rassettato la cucina e ho sistemato i ragazzi per la notte ed ora sono qui. Aspetto che torni a casa......”.
Avevo quattordici anni ed era l'estate del 1923: mi era chiaro che quello era stato l'inizio della fine. Chiusi il diario ed anche gli occhi e per un'istante infinito cercai di tornare con la mente a quei momenti, ma nulla. Era il buio più totale: la tristezza più nera si impadronì di me, in quel momento avrei tanto voluto che Jasper non mi avesse ascoltata e che fosse venuto con me. Mi sentivo persa, alla deriva e terribilmente sola: forse solo ora riuscivo a capire cosa stava passando in questo momento mio fratello. Il dolore per essere stati defraudati di qualcosa o di qualcuno in maniera violenta ti lascia una ferita incancellabile dentro......
L'unica cosa a cui riuscivo apensare in quel momento era a quanto mia madre doveva essersi battuta per me, per difendermi da mio padre. Riflettei su questo per un po' e a dirla tutta riuscii anche a trovare una giustificazione plausibile al comportamento di mio padre: dopotutto in quegli anni l'unica cosa che si poteva pensare era che fossi pazza o qualcosa del genere. Ma da qui a rinchiudermi in un manicomio ce ne passa. Tentavo di pensare a cosa aveva significato per i miei genitori rinchiudermi in quel posto: disperazione o liberazione?, quali erano stati i risvolti psicologici sui miei fratelli?, cosa avevano dovuto subire dopo il mio internamento?, o erano stati così bravi da riuscire a nasconderlo?.
In fin dei conti da quello che avevo potuto leggere la mia famiglia conduceva una vita per nulla mondana, di conseguenza sembrava che non avessi mai avuto grandi contatti con altre persone, ma di sicuro non potevo saperlo, visto che gli scritti di mia madre si limitavano a spezzoni di vita familiare e null'altro. L'inquitudine che sentivo salire mi impediva di riprendere la lettura, avevo in qualche modo paura di ciò che avrei scoperto, ma ancora una volta la curiosità ebbe la meglio: riaprii l'ultimo dei tre quaderni e mi fu subito chiaro che dopo quel fatto, le mie condizioni di salute mentale erano precipitate fino a condurmi ad uno stato di apparente catatonia. Oggi un comportamento simile, scatenato da un evento inaspettato e violento, sarebbe probabilmente stato definito alla stregua dell'autismo o qualcosa del genere. Ma allora.....
Da quell'ultima lettera datata 21 settembre 1923, passarono quasi due anni prima che mia madre scrivesse di nuovo. Perchè un buco temporale così lungo? Non provai a darmi una risposta, non sarebbe servito a nulla. La lettera successiva portava la data del mio sedicesimo compleanno.
Provai nuovamente a rovistare in quel baule in cerca non so nemmeno io di cosa, ma ormai era vuoto: forse il mio stato era così grave da non permetterle di dedicarsi ai suoi diari oppure....come facevo a saperlo o anche solo ad immaginarlo?
Non ce la facevo più a continuare, era tutto troppo triste e troppo doloroso da affrontare da sola e il pensiero che Jasper mi avesse in qualche modo assecondata e mi avesse permesso di fare questa cosa da sola, mi faceva stare ancora peggio! Mi rendevo conto di essere preda della sofferenza, perchè quella stramaledetta sensazione di mancanza d'aria era tornata a tormentarmi e desideravo con tutta me stessa allungare la mano nella borsa per prendere il cellulare e chiamarlo, ma non potevo: ero certa che se lo avessi fatto, si sarebbe precipitato qui e non era ciò di cui avevo bisogno. Ma di cosa avevo bisogno allora? Questa era una questione che dovevo e volevo risolvere da sola, anche se ero consapevole del fatto che anche solo sentire la sua voce mi avrebbe reso la pillola meno amara di com'era. Presi il coraggio a due mani e mi dissi che se quella notte fossi stata in grado di venire a capo di almeno una parte della mia vita umana, sicuramente ne sarei uscita più forte ed in qualche modo anche molto, molto più matura.
Il mio pensiero in quell'istante andò a Edward, ero certa che sarebbe stato d'accordo con me.
Erano quasi le quattro del mattino quando ripresi in mano quel quaderno: non c'erano che poche pagine ancora da leggere e non avevo ancora molto tempo a meco che non avessi deciso di rimanere in quella soffitta ancora per un giorno per poi andarmene la notte successiva. Ma era chiaro come il sole che all'alba sarei ripartita in direzione di casa, non avrei resistito oltre. Ecco: la mia vita si sarebbe risolta nell'arco di un'unica notte. Dovevo sbrigarmi.
“18 luglio 1925: buon sedicesimo compleanno figlia mia. Avrei voluto offrirti molto di più che una fetta di torta in giardino con i tuoi fratelli. Ma le tue condizioni non mi permettono più nemmeno di portarti a fare una passeggiata al parco. Devo sempre starti accanto, non parli, fatichi a mangiare, qualche volta le tue crisi di panico sono così difficili da gestire. E' una fortuna che succeda sempre quando tuo padre è fuori, sembra che tu lo sappia.... Però continui a disegnare, disegni di tutto e sono così belli i tuoi disegni. Nessuno però si è più realizzato....chissà come mai. Me lo chiedo ogni giorno, nonostante ne sia profondamente grata......”.
Quindi la mia situazione era veramente peggiorata a tal punto da non poter più uscire di casa. Mia madre scriveva ancora: “Solo Oliver mi dà una mano il suo aiuto è prezioso. Se non ci fosse lui a darmi una mano a volte non saprei proprio come fare. Nonostante torni a casa stanchissimo dal lavoro è sempre disponibile a passare del tempo con te. Sai Oliver lavora al porto, si occupa della contabilità, come tuo padre....”.
Quindo Oliver, mio fratello, era l'unico oltre a mia madre, ad occuparsi di me con dedizione.
“17 agosto 1925: Mary Alice è peggiorata ancora, ha continue crisi e ci si mette anche August con le sue richiest fuori luogo. Oggi mi ha fatta arrabbiare tantissimo. Vuole portare Alice dal dottor Lieber, ma non glielo permetterò, fosse l'ultima cosa che faccio. So benissimo cosa significa se lascio che tuo padre ti prti in quel posto orrendo, sono certa che sarò costretta a seppellirti figlia mia ed io non voglio. Anche Oliver è contrario, ha litigato furiosamente con tuo padre, che però se n'è andato sbattendo la porta, come fa sempre. E' una fortuna che non possa contare sull'appoggio di Cynthia, da quando è partita per frequentare la scuola da infermiera, fatica molto a tornare a casa. E anche se mi fa male ammetterlo, questo è un gran bene per noi. Dopo che sei peggiorata così tanto tesoro, tua sorella, che già mal sopportava tutta la situazione, ha fatto di tutto per andarsene e quando le si è presentata l'occasione non se l'è fatta sfuggire. Lo ricordo ancora quel giorno quando se n'è andata.....ti ha sfiorata con una mano, senza guardarti e poi è uscita......”.
Avevo portato la rovina nella mia famiglia, ormai mi era chiaro, o meglio avevo terminato il lavoro iniziato da mio padre con il suo primo tradimento che non era comunque stato l'ultimo. Quindi mio padre voleva internarmi, mia madre e mio fratello si opponevano; mia sorella aveva preferito la fuga. Beh direi che come quadretto familiare non era davvero niente male.
Ma quale era stato il motivo scatenante?, quale la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso? Mancava poco menno di un mese al mio internamento tra le mura di quel manicomio. Riepilogai nella mente tutto quanto avevo letto e visto, qual'era il tassello mancante? Qual'era il particolare che mi stava sfuggendo?
Ci pensai per qualche istante, poi un flash....il disegno. Frugai nel mucchio e lo trovai, guardai nel retro, 13 settembre 1925, lo rigirai piano. Una fitta allo stomaco, il disegno descrivava perfettamente come sarebbe morto mio fratello Oliver. Capii che quelle strane sbavature di matita erano in realtà segni di cancellature fatte da qualcuno, probabilmente mia madre, che non voleva che nessuno sapesse la verità. Eccola la goccia, il momento era arrivato: non l'avevo mai conosciuto Oliver, no, ma in quel momento un dolore devastante mi investì in pieno petto, come se a colpirmi ci avesse pensato un convoglio lanciato sui binari alla massima velocità. E l'impatto fu tremendo......
Dopo che mi fui ripresa un attimo, guardai di nuovo il retro del disegno. Nessuna frase, nessun pensiero solo un'altra data, il 15 ottobre 1928, ed il nome di mio fratello.
Oliver moriva a venticinque anni nel modo in cui io stessa avevo previsto, schiacciato da una cassa la cui fune si era spezzata durante lo spostamento, facendola precipitare da un'altezza che poteva essere di circa una ventina di metri.
“13 settembre 1925: ho acconsentito all'internamento di Mary Alice. So che me ne pentirò per il resto degli anni che mi restano da vivere. Ma cos'altro potevo fare? Quando ho visto quel disegno ho sentito la furia salirmi alla testa. Cosa ho fatto? Ho colpito mia figlia con il vassoio che avevo in mano. E' caduta dalla sedia come se non si fosse accorta di nulla, ha battuto la testa e poi ho visto solo sangue, sangue, sangue. E oltretutto non sono nemmeno riuscita a raccontare la verità ad August, gli ho solo detto che in preda ad una crisi è finita a terra da sola! Oh Signore, potrai mai perdonarmi Mary Alice?....”.
Non potevo e non volevo crederci, era stata mia madre a colpirmi, l'avevo portata talmente allo stremo, da scegliere di liberarsi di me? Difficile negare l'evidenza.
“14 settembre 1925: E' andato August...io non ce l'ho fatta. Oliver non sa nulla, non è rientrato, torna domani. Ho detto ad August che dovrà essere lui a dirglielo. Io non posso non ce la faccio. Quando è tornato August non mi ha raccontato molto, mi ha solo detto che starai bene, bambina mia. Ma io non ci credo....Come farai a stare bene lontano dalla tua casa, dalla tua famiglia, da me?....Come ho potuto permetterlo?....”.
Il senso di colpa che quelle righe lasciavano trasparire era così denso da togliere il fiato.....
“17 settembre 1925: Oliver ha raccolto le sue cose e se n'è andato. Per sempre, ha detto... Ma questo dolore avrà mai fine?”.
“21 settembre 1925: Mary Alice non c'è più.....”.
Con queste poche e scarne parole si chiudevano i diari di mia madre. Cosa fosse successo loro dopo quell'ultima lettera non mi era dato sapere.
Guardai l'orologio, erano le cinque meno un quarto: tra poco l'alba avrebbe segnato l'arrivo del nuovo giorno. Io me ne stavo lì, inerme, senza più parole e se avessi avuto lacrime in quel momento le avrei versate tutte, fino all'ultima.
Mi sentivo completamente defraudata, un senso di profondo vuoto stava iniziando a divorarmi. Se glielo avessi concesso probabilmente non mi sarei mai mossa di lì.
In un breve sprazzo di lucidità cercai di riordinare le idee: raccolsi i diari di mia madre e i miei disegni. Infilai tutto dentro ad un sacco di tela che trovai nel mezzo di tutta quella confusione.
C'era una finestrella sul tetto, abbastanza grande da permettermi di uscire. Recuperai la borsa e la bambola con la collana e uscii fuori. Con un balzo lieve atterrai morbidamente sull'erba insieme al mio triste carico di ricordi altrui, ma che sarebbero ben presto diventati anche miei.
Camminai lenta verso l'auto, caricai il sacco nel bagagliaio e salii. Avviai il motore e senza voltarmi indietro me ne andai.
Non avrei mai più fatto ritorno in quei luoghi. Una sola notte mi era servita per capire, almeno in parte, chi ero stata quasi cento anni prima. La mia vita in una notte.
Alle mie spalle il buio lasciava spazio alla luce.

12 commenti:

  1. Moltoo bella , voglio sapere come va a finre!!!Posta presto!!!!

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  2. mi dispiace se qualcuno aveva inteso male...ma la storia di Alice termina qui e credo che sia proprio questo il bello della storia,ovvero che non c'è una vera fine.
    Baci!
    Bella!

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  3. è bellissima...pensavo continuasse ma visto ke nn continua la trovo ancora + bella...mi piacciono le storie che finiscono così...cn un filo di suspance...è veramente bella....brava Sara

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  4. è belllllllliiiiiisisssssssiiimmmmaaaa!!!!!!!!brava!!!!non ho parole!!!!!

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  5. Grazie ragazze! Non speravo in tanto. Diciamo che la fine lascia presupporre il ritorno di Alice fra le braccia del suo Jasper e quello definitivo in seno alla famiglia Cullen.
    Grazie veramente di cuore anche a Tea che mi ha dato questa possibilità!
    Bacio.
    S.

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  6. polly_cullen9713 giugno 2010 14:51

    mi ha fatta quasi commuovere.. avevo qualche lacrima!! è stupenda.. mi ha fatto emozionare tantissimo!! Bravissima sara!!!!!!

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  7. Alice...Cullen13 giugno 2010 19:17

    bravissima sara...Alice, forse xk si chiama cm me, è sempre stata il mio xsonaggio preferito e questa storia la fa apparire ank + magica d quello k era x me prima...
    Ragazze dovete sapere k io amo il cinema xk alla fine d ogni film poi c penso x giorni e invento storie parallele sui xsonaggi secondari...l'ho fatto ank con Alice ma la mia storia è sempre rimasta nella mia testa, forse xk è 1 miscuglio d idee tratte nn sl da Twilight ma ank da altri film e divaga d molto rispetto alle informazioni k c sn in New Moon...ma dopo aver letto il prologo della storia d sara ho cominciato a metterla x iscritto...potrei mandarvela quando la finisco? mi piacerebbe sapere cosa pensate dei miei viaggi mentali :)

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  8. Ciao alice! Hai ragione la nostra sara è bravissima...se vuoi appena avrai finito potrai invare tutto al nostro indirizzo...anche perchè purtroppo per il momento endless night non può essere pubblicato...
    Baci!
    Bella

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  9. wow, ho potuto leggerlo solo adesso, ma capista..veramente bravissima!!!!!!mi è piaciuta tntx!!!!!!!!capperi, sei veramente brava!!!!!! tra te e bella, mi stendete con queste meravigliose storie!!!!!!xD peccato soltanto che nn ci sia un continuo, ma mi è piaciuta mooooooooolto questa storia!!!!!! bravissima!!!!!!

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  10. Grazie Fra, sei dolcissima.....

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  11. Alice...Cullen14 giugno 2010 13:46

    grazie Bella :) è tutta 1 altra storia rispetto a quella d Sara...molto meno fluida (insomma è 1 casino assurdo) ma k c vuoi fare...sn cm Alice: i miei pensieri sn 1 casino puro :P

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  12. Anche a me come te mia cara Alice amo il tuo stesso personaggio,lo si capisce anche dal mio Nick anche io scrivo storie di ff...ne avevo una su la nostra Alice..la scriverò appena possibile!!Bella ve la posso inviare?
    ciaoo
    Alice (staff)

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